Se qualcosa qui sotto ti riguarda da vicino, scrivimi senza farti problemi: te lo spiego io.

Ciao! Ti do il benvenuto a un nuovo episodio di TechTales, la rubrica in cui parlo con professionisti che lavorano ogni giorno sul campo e aiutano aziende e liberi professionisti a crescere con metodo.

Oggi sono con Giulia Rota, social media manager freelance. Con lei parliamo di identità, numeri veri e di come gestire i social nel 2026.

Ci siamo? Partiamo.

Giulia Rota social media manager intervista da Mattia Apostoli

Ciao Giulia, partiamo dalle origini. Come sei passata dall’università in lingue e comunicazione al posto fisso, per poi scegliere la libera professione nel social media management?

Quando ho scelto l’università non avevo una professione precisa in mente. Ho studiato lingue con un focus sulla comunicazione, tra tv, radio e digital marketing. Finita l’università non sapevo esattamente cosa fare, ma mi era piaciuto l’ambito comunicazione, soprattutto digitale, che era in forte espansione.

La mia prima esperienza è stata in agenzia, dove mi occupavo di campagne e attività da account. Dopo circa un anno mi sono resa conto che l’idea del posto fisso e delle attività ripetitive mi faceva sentire soffocare. Ho iniziato quindi a cercare i primi clienti in autonomia.

È stata una scelta sofferta: finisci l’università, trovi un posto fisso e poi lo lasci. Non mi butto mai a capofitto, sono riflessiva. Ho iniziato come freelance continuando a collaborare con l’agenzia, così da avere una base formativa solida e acquisire sicurezza. Sono quasi quattro anni che faccio questo lavoro.

Prima le competenze, poi il metodo! E per questo motivo che nei tuoi contenuti dici che “i social non sono un travestimento, ma un riflesso fedele dell’identità”? In concreto, come trasformi l’identità di un’attività in una strategia e quali sono gli errori più comuni?

Per me è molto importante tirare fuori i tratti distintivi della persona, nel caso di un libero professionista, oppure dell’azienda. Si parte sempre con un’analisi iniziale, un confronto per scavare negli elementi identitari.

È importante capire chi ho davanti e quali sono i suoi tratti personali, perché la comunicazione parte da lì. E oggi è essenziale mostrare il volto delle persone: la presenza umana fa la differenza.

Parlando proprio di cosa fare la differenza, qual è l’errore più comune che vedi fare quando un’azienda gestisce i social?

Ne vedo principalmente due.

Il primo è la discontinuità tra offline e online. Magari non c’è stata dietro un’analisi e capita spesso che le aziende possano confondere professionalità con il nascondersi, non mostrare chi sono realmente.

Il secondo è iniziare a postare senza sapere dove si vuole andare. Non si definisce un obiettivo:
Voglio aumentare le vendite?
Posizionarmi e aumentare la notorietà?
È importante trovare prima una risposta.

A proposito di obiettivi, se dovessi chiederti organico vs advertising, da dove si parte?

Dipende dall’attività, per le aziende locali le sponsorizzate hanno un ruolo importante, ma l’organico lo metto sempre al primo posto. Se non hai un posizionamento chiaro, è inutile fare campagne.
Le sponsorizzate arrivano dopo.

Per un libero professionista oggi l’organico funziona ancora. È inutile investire in campagne se prima non hai costruito una community social. Ci sono canali come TikTok dove, se lo sai usare bene, i video in organico possono dare grandi risultati.

A proposito di video, oggi tutti fanno reel. Cosa offri di diverso rispetto a chi si improvvisa creator con uno smartphone?

Prima di girare un video c’è uno studio di una linea strategica. I video si inseriscono all’interno di una strategia social e parlano in modo coerente con il brand.

Poi per un aspetto caratteriale mio, non metto mai pressione davanti alla telecamera. Cerco di mettere a proprio agio la persona in modo che riesca a essere naturale perché se il momento è piacevole, il risultato è più autentico.

Quindi sostieni che i clienti non scelgono chi si mostra perfetto, ma chi risuona con loro. Come trovi questo equilibrio tra autenticità e professionalità?

Non è sempre facile. Bisogna mostrare i tratti distintivi, senza nascondersi, ma decidere cosa non mostrare.

Io, ad esempio, comunico molto il valore della libertà e quindi mostro anche i miei viaggi. Ma non mostro la mia vita privata nel dettaglio.

Per le aziende vale lo stesso: valorizzare i tratti differenzianti senza scadere nel ridicolo o nell’irrispettoso.

In primo piano Giulia Rota e sul retro Mattia Apostoli durante un'uscita per la generazione di un piano editoriale per i social media.
Io e Giulia mentre siamo da un produttore per creare i nuovi contenuti di un piano editoriale.

E quanto tempo serve realisticamente per capire se una gestione social sta funzionando?

Il tempo per capire se una gestione social funziona è in media 4-6 mesi, però vorrei fare delle piccole parentesi che il cliente non vorrebbe sentirsi dire.

Dipende dal punto di partenza dell’attività dei social.
Se l’azienda ha già una struttura solida, 4-6 mesi può essere un tempo sufficiente.
Se si parte da zero, sei mesi potrebbero non bastare, soprattutto se l’investimento in pubblicità è limitato.
Idealmente il lavoro sui social dovrebbe essere continuativo, perché la continuità è un valore.

Parlando proprio di rapporti con le imprese, ti faccio una domanda un po’ netta. Perché delegare i social è un investimento? Se il fatturato non aumenta subito, hai fallito?

Quando parto con un cliente definiamo insieme obiettivi chiari. Se l’obiettivo iniziale è farsi conoscere, analizziamo metriche coerenti con quello.

Se dopo pochi mesi non c’è un picco di vendite, bisogna chiedersi: era quello l’obiettivo?

Ci sono anche aspetti qualitativi come feedback ricevuti, percezione del brand, fiducia. A volte il cliente non rientra subito dell’investimento perché è in corso un riposizionamento.

Se però mi dici: profilo bellissimo e fatturato zero, ti rispondo che hai ragione. L’obiettivo finale è sempre il fatturato. Ma non sempre si può vedere dall’oggi al domani. È un percorso a step.

In risposta a certe richieste molto dirette ricevute dai clienti, di recente ho pubblicato un post su Instagram che superato i 10.000 like. Il mio punto era spiegare che ottenere numeri belli ci vuole un attimo, ma costruire risultati veri, sostenibili e misurabili è un’altra cosa. Tu come ti poni? Se un cliente ti dicesse: “Voglio più like e follower, non mi interessa altro”, cosa risponderesti?

Chiedo: “Cosa te ne fai?”

Si pensa che più follower significhi più vendite, ma i follower devono essere in target. Meglio pochi ma giusti, sono contraria alla logica del comprare follower.

Poi secondo me oggi i like contano molto meno. Io stessa magari non metto like, ma acquisto. C’è una discrepanza tra like e vendite, perché le metriche stanno cambiando.

Restiamo su un tema molto concreto. C’è un budget minimo che consigli a chi vuole iniziare a investire seriamente nella propria presenza online?

Se devo essere molto onesta, direi minimo 300–400 euro, parlando di budget di partenza. Più che per una gestione completa, per un affiancamento.

Poi va sempre valutato su misura dell’attività. Se il budget è limitato, possiamo focalizzarci su alcune priorità, magari lavorando prima sul sito o su aspetti strutturali. Il budget si può anche dividere in modo strategico.

Okay Giulia, parliamo di soldi e quindi di risultati veri. Molti imprenditori vedono i Social Media Manager come “creatori di belle vetrine” che però faticano a portare clienti reali. Le aziende pagano stipendi con le fatture, non con i like. Ti faccio una domanda brutale: se ti pago un canone per sei mesi, il profilo diventa bellissimo e in target, ma il fatturato non aumenta di un euro… hai fallito o no?

Per il mio approccio non sono una social media manager che dà troppo peso all’estetica del profilo. È importante, ma se il profilo è molto bello e i contenuti non parlano, oggi non ha senso.

Come prima, se mi dici profilo bellissimo e fatturato zero, ti rispondo che hai ragione a farti la domanda ed è vero che l’obiettivo finale di ogni attività è il fatturato.

Allo stesso tempo, non sempre possiamo aspettarci vendite immediate, soprattutto se prima l’attività non aveva una presenza social o era poco gestita. È un percorso a step, un investimento continuo. Durante il percorso, però, non c’è solo la vendita: c’è la costruzione della fiducia, l’aumento della brand awareness, il riposizionamento. Sono elementi che nel tempo portano alla vendita, ma vanno costruiti con coerenza.

Spostiamoci sul futuro. Sappiamo che l’intelligenza artificiale è sempre più integrata nella creazione di contenuti. Strumenti come Sora di OpenAI permettono di generare video da un prompt e brand come Coca-Cola hanno già sperimentato campagne realizzate con l’AI. In uno scenario così saturo e automatizzato, per te l’AI è un supporto strategico o un rischio per l’autenticità?

Io la vedo come un supporto, ma utilizzarla troppo nella comunicazione social rischia di appiattire i contenuti.

Non dico che non vada usata, però il rischio è che chi guarda si accorga che è un contenuto artificiale. E quando succede, viene meno il senso di connessione e fiducia verso il brand.

Oggi vincono i brand che riescono a mostrarsi davvero. Anche lavorare meno sull’estetica perfetta, ma in modo più autentico secondo me nel tempo farà la differenza.

E per gli influencer virtuali generati dall’AI? Secondo te nel 2026 sarà una strategia efficace per costruire community?

Probabilmente la verità sta nel mezzo. Non demonizzo l’uso e vedo che molti utilizzano versioni virtuali di sé.

Però può funzionare solo se prima è stata fatta un’analisi chiara di chi sei e di cosa vuoi comunicare. Altrimenti il rischio è che la persona che guarda non percepisca differenze tra te e un altro professionista.

Soprattutto nei video si notano elementi di artificiosità e lì si perde un po’ il senso di connessione. Nelle fotografie o nei carousel testuali può avere senso, ma sui video starei più attenta.

 

Un’ultima domanda sempre riguardo l’AI. Oggi posso dare in pasto all’AI tutti i miei contenuti e farmi generare un piano editoriale di 30 post in pochi minuti, già coerente con il mio stile e con i trend di mercato. Cosa ti differenzia da chi lavora così?

Se si dà tutto in pasto all’AI senza una strategia iniziale, si perde proprio la parte fondamentale. È difficile che l’AI restituisca contenuti davvero in linea con il brand.

Se invece prima faccio un’analisi e so cosa chiedere, può diventare un supporto. Ma la parte di strategia e di pensiero critico deve esserci.

C’è anche il rischio che restituisca un linguaggio non coerente con il brand. Soprattutto nei video l’approccio personale, il modo di porsi, la gestualità sono insostituibili.

Chiudiamo con una visione pratica. Se potessi dare un consiglio alle aziende che oggi stanno improvvisando sui social e si sentono bloccate, quale sarebbe?

Non partire subito con la pubblicazione. Prima serve un lavoro di analisi, capire chi sei, qual è la tua identità, cosa vuoi comunicare, qual è il filo conduttore.

Almeno nei primi mesi, avere il supporto di un social media manager è un valore aggiunto, perché questo lavoro da soli può essere complesso.

Grazie Giulia. Un’intervista che riporta i social alla loro funzione più concreta: uno strumento strategico costruito su identità, obiettivi chiari e continuità. Un confronto utile per chi vuole smettere di inseguire like e iniziare a lavorare su posizionamento, fiducia e risultati reali.

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Capiamo insieme cosa posso fare per te.

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